Ecco la storia di come sono diventato psicologo

Giulio Belluomini, ritratto di psicologo

Ecco la storia di come sono diventato psicologo

All’inizio, quando ero molto giovane, non volevo fare lo Psicologo, volevo diventare un muratore. Non c’era niente di più eccitante per me che costruire strutture, principalmente case, e osservare il risultato del mio lavoro con soddisfazione. Era il sogno di un bambino che passava molto tempo coi giocattoli ma l’idea di costruire qualcosa di stabile, e in cui le persone potessero vivere in pace e tranquillità, era qualcosa che mi attraeva in un modo particolare. Con gli anni che passavano il bisogno di costruire, per me e per gli altri, rimase e prese altre forme. Non importava se la cosa da costruire era un oggetto materiale, come una costruzione, o un oggetto ideale, come un concetto, o anche uno sociale, come una profonda relazione: l’importante era la sua stabilità e utilità. La strada per decidere, e poi diventare, Psicologo e Psicoterapeuta sarebbe stata molto lunga.

Muratori, architetti, ingegneri

Qualche anno dopo ho scoperto che i muratori erano le braccia che costruivano, ma dietro di loro c’era una mente che faceva il progetto per l’intera struttura, e così i miei sogni cambiarono. Non volevo più fare il muratore, volevo diventare un architetto. Erano gli anni in cui cominciavo a pensare al mio percorso di studi, e molte idee cominciarono a passarmi per la mente. Quando mi convinsi che per fare architettura dovevi essere molto bravo a disegnare, e che l’architetto disegnava cose molto specifiche, cambiai i miei desideri e aspirazioni verso un’altra direzione. Non sapevo ancora che il bisogno di costruire non era per le cose materiali… avevo ancora una lunga strada di fronte a me.

Qualcuno mi disse che di fatto era l’ingegnere che faceva i progetti per le case, lasciando all’architetto la possibilità di realizzazioni più artistiche. La mia mente ancora infantile e adolescenziale categorizzava molto, basando il ragionamento su informazioni non eccessivamente accurate, e quindi di nuovo presi una cosa per un’altra. Col passare degli anni e l’arrivo al liceo scoprii, mio malgrado, che la matematica non faceva per me, così dovetti abbandonare l’idea di ingegneria, un percorso che sicuramente avrebbe avuto molto a che vedere con numeri e operazioni. Al tempo stesso sviluppai una sorta di “odio” per i numeri perché erano diventati troppo difficili, dal mio punto di vista, da organizzare; e così nacque una sorta di profonda relazione di amore e odio.

Dall’intelligenza artificiale alle neuroscienze

Per un breve periodo di tempo l’ingegneria genetica mi attrasse, una disciplina molto giovane con un sacco di promesse. Le lezioni di biologia a scuola mi affascinavano così tanto da farmi dimenticare, per un periodo di tempo non troppo lungo, la parola ‘ingegneria’ nel nome della disciplina. I numeri, qualche mese dopo, tornarono ancora a tormentarmi e di nuovo persi la speranza in un ennesimo sogno. Ma non mi arresi: invece, la volontà di trovare un percorso adatto a me divenne più forte, sicuro che un giorno l’avrei trovato. Ci fu anche un cambiamento concettuale: da una visione materiale, dall’idea di lavorare con le mie mani, spostai il mio sogno all’idea di poter lavorare con la mia testa, un’idea che sembrava più attraente e interessante.

L’informatica è sempre stata una mia passione così, alla scelta dell’indirizzo, puntai su ‘Psicologia Generale e Sperimentale’ perché rimasi affascinato dall’intelligenza artificiale. L’idea di creare una nuova entità e insegnarle come comportarsi era il risultato di lezioni molto interessanti e romanzi di fantascienza. Rimane, tutt’oggi, una passione che stuzzica la mia mente di tanto in tanto. Ma, di nuovo, i numeri sarebbero stati incredibilmente importanti, e un’altra volta scoprii che, rimanendo affascinato da intriganti possibilità, perdevo il senso pratico delle cose. Il percorso, comunque, stava prendendo una forma specifica e un senso particolare, e i numeri non mi avrebbero più dato fastidio.

Dall’intelligenza artificiale passai alle neuroscienze, e a tutte quelle possibilità incredibili e così varie di lavorare in un campo del genere, nuovo e fertile. Mi piaceva l’argomento, ero in grado di comprenderlo e utilizzarlo, e quel pizzico di creatività che avevo era necessario. C’era un lato di quella professione che mi disturbò: era un lavoro solitario e ripetitivo. Ma soprattutto aveva bisogno della creatività soltanto in rari momenti. Avevo bisogno del contatto umano nel mio ambiente di lavoro. Anche se avevo da sempre rifiutato l’idea di lavorare sugli esseri umani considerando la cosa troppo delicata improvvisamente scoprii il fascino di un lavoro del genere. Cambiai idea un’ultima volta: decisi di diventare psicologo.

Ultimo step: diventare uno Psicologo Psicoterapeuta

Una volta laureato in Psicologia, dalla parte delle neuroscienze, decisi che per essere un bravo psicologo mi serviva una scuola di psicoterapia. Avrebbe rappresentato il cambio decisivo, sarei diventato Psicoterapeuta, e così m’iscrissi. Ho imparato abilità e una passione per la professione di psicologo che non avevo mai raggiunto prima e so che rappresenta il mio sogno definitivo. Lo psicoterapeuta oggi rappresenta la professione che incarna tutti i miei bisogni. A partire dal bisogno di costruire, di essere utile agli altri, di dare vita a nuovi concetti fino a quelli di sperimentare e di lavorare con le persone. Ed eccomi qui, a lavorare con le persone, per le persone. Non potevo desiderare di meglio.